Ciao Giulio, ultimo libero senese

La notizia non ci ha colti di sorpresa. Giulio si spegneva lentamente come il lume di una candela. Il suo giovanile ardore si era da tempo affievolito lungo i giorni di un percorso angoscioso e ineluttabile. Per tante volte, per tanti anni, abbiamo letto con commozione i suoi articoli in memoria di questa o quella persona cara. Nelle sue parole vi era sempre un accenno a quel destino cui nessuno rifugge e, di certo, consapevolmente rifletteva anche sulla propria morte. Ma Giulio è sempre stata una persona incredibilmente giovanile, uno spirito libero, indipendente, svincolato da ogni ideologia se non quella per il suo immenso amore per la Tartuca e per Siena. Chi può dire oggi, a Siena, di aver amato con tanta tenacia, priva di qualsiasi interesse materiale o ambizione personale la Contrada o la nostra città? Se pensiamo alle cose che ha fatto, ideato, alle storiche battaglie che ha condotto senza mai chiedere in cambio incarichi o tantomeno guadagni personali, scorgiamo la figura di una persona di un'altra epoca, di un'altra stagione. Ed infatti questa non era più la sua Siena da molto tempo. L'amarezza per l'inevitabile cambiamento dei costumi e delle relazione personali, indotto da una modernità che raramente può chiamarsi progresso lo aveva raggiunto, e non se ne dava pace. La Contrada idealizzata da Giulio non esiste più, ma il suo insegnamento deve rimanere, dovremo sforzarci di seguire almeno una minima parte di ciò che ci ha instancabilmente ripetuto finchè ha potuto. Il rispetto tra le persone, l'amore per le più vere tradizioni, il rifuggire da qualsiasi richiamo verso falsi miti moderni che le Contrade di oggi non solo non riescono ad evitare ma piacevolmente vi si adagiano con pigra beatitudine. Il ricordo della sua Siena non è una noiosa operazione nostalgia ma un tenace aggrapparsi a valori che ancora oggi potrebbero essere validi. Parole che richiamano all'ambizione di una vita semplice dove possa avere un senso dialogare, rispettarsi reciprocamente, divertirsi e soprattutto volere amare, senza riserve e senza interessi, la propria città.

"Siena delle carrozze, dei netturbini che salivano le scale fino all'ultimo piano per raccogliere le immondizie, dei tanti artigiani, dell'aria pulita e del silenzio armonioso, di Pietro il Totto e di Pappìo, dei barbieri in camice bianco che regalavano a Natale dei calendarietti profumati e che mio padre non voleva che vedessi (contenevano ballerine con le belle cosce al vento), dei frati cappuccini all'ospedale, la Siena con tanti orologi, con le parrocchie piene di gente, con la festa della Madonna di Lourdes a San Crispino di cui era rettore il nostro Don Azelio Lambardi (ricordo il suono delle campane che furono scriteriamente tolte quando passò all'Università nel corso di certi lavori di restauro, ed oggi il campanile ha le occhiaie vuote), della Siena che celebrava davvero la Domenica in Albis e il Corpus Domini, dei pochi e bravi vigili tutti indistintamente senesi e contradaioli, del Monte dei Paschi davvero di Siena, con ristoranti e alberghi antichi con i nomi antichi ("La Rosa", "La Lupa", "Le tre donzelle" l'Albergo del Re, i "Tre Mori"), senza pizzerie, con il buristo e la soppressata a ottobre e con il panforte per Natale, con la mostra di agnelli decorati di rose sulla porta delle macellerie a Pasqua, con tanti vinai e con il gelato solo d'estate alla Lizza, alla Ghiaccera e da Tonina. Tutto scomparso, tutto svanito. Così va la vita. Comunque essere nati a Siena e doventare senesi è sempre un miracolo degli Dei."

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