La biografia di Silvio Gigli

E' stato presentato ieri, lunedi 10 dicembre, presso la Sala degli Specchi dei Rozzi il volume curato da Luca Luchini dedicato a Silvio Gigli e pubblicato grazie alla sensibilità della Banca Chianti come strenna natalizia aziendale. Presumibilmente sarà in vendita nelle librerie a partire da febbraio prossimo. La meritoria ricerca biografica di Luchini ha prodotto un opera che ripaga quella riconoscenza che a lungo tempo Siena ha negato ad uno dei suoi figli più cari. Dalle pagine della pubblicazione dal titolo "Silvio Gigli da Siena" si riesce finalmente a comprendere la molteplicità delle attività di Silvio che spaziavano dalla letteratura, allo sport, dal giornalismo al teatro, dalla la pittura alla poesia finanche alla gastronomia. Non solo radiocronache del Palio quindi. "Silvio era un vulcano in continua ebollizione" ha ricordato Luca Verdone (fratello di Carlo e figlio di Mario), "Un uomo che grazie al suo generoso attivismo è un simbolo della moderna cooperazione" ha aggiunto il presidente della Banca Chianti Claudio Corsi. Silvio aveva sempre Siena nel cuore e nella mente, ogni sua iniziativa (oltre 150 programmi radio ideati) era punteggiata da un riferimento senese.  "Riusciva a vedere certi pericoli per la città molto prima di altri - ha aggiunto Luca Luchini - Quando si iniziò a parlare dell'Autostrada del Sole sollecitò a gran voce le autorità cittadine per fare in modo che si potesse mantenere la storica e naturale direttrice Siena-Roma, per non perdere un appuntamento importante con il futuro della comunicazione stradale. Nessuno gli detta retta, anzi, certe sparate sui giornali furono decisive per il suo allontanamento dalla presidenza dell'Azienda del Turismo. Cinque anni dopo, però, quando era già troppo tardi ed i progetti già approvati, una delegazione si recò a Roma per una blanda e tardiva protesta". Il Priore della Tartuca Simone Ciotti ha ricordato l'appassionante  critica di Silvio nei riguardi del famoso film "La ragazza del Palio" che riduceva la nostra festa a un macchietta naif. Facile fare adesso il parallelismo con il recente film dell'agente 007. Mauro Barni ha ricordato i momenti tremendi della guerra, con i nazisti sotto casa e lui nascosto per giorni in soffitta con Silvio Gigli a raccontarsi le più fantasiose storie (magari ci fosse stato un registratore in quella soffitta!).  Alla fine, se possiamo trarre delle conclusioni dalla vicenda umana e professionale di Silvio, se fosse possibile individuare un lascito morale, una specie di eredità da tramandare, questa andrebbe individuata nel suo impegno disinteressato, innocente e sincero a favore della città che gli ha dato i natali e verso i suoi concittadini. Un tesoro che andrebbe presto rivalutato e contrapposto ai troppi folosi che hanno spadroneggiato a  Siena in questi anni. 
"La Corazza" vi propone la recensione al libro di Luchini scritta da Roberto Barzanti.


Silvio, dal teatro alla leggendaria epopea della radio

di Roberto Barzanti

Non si contavano allora tra teatri e teatri, circoli dopolavoristici e attive parrocchie, tradizionali  filodrammatiche e improvvisate compagnie. In alcune di quelle piccole sale  si raggiungevano a stento i cento posti. Talvolta la sedia lo spettatore se la doveva portare da casa. In una città sempre vogliosa di ribalte, pronta a recitarsi e a novellare, era giocoforza ingannare il tempo in luoghi di socievole e familiare frequentazione. Silvio Gigli cominciò a farsi le ossa di attore in questa Siena povera e allegra, e si mise subito in bella luce. Figlio di un maestoso vetturino, Cesare, che conduceva con fare solenne la carrozza n. 26 e di una donna naturalmente dotata di un’impagabile eleganza, la signora Emma, l’indiavolato monello – nato nell’agosto 1910 in via de’ Maestri, Contrada della Tartuca – voleva ad ogni costo riuscire. Fondò addirittura la Filodrammatica della Mens Sana, che dava vernacolari pièces in un’immensa cripta usata per palestra e adattata pure per recite popolari. La vera svolta, racconta Luca Luchini nella sua puntigliosa biografia (Silvio Gigli da Siena, edizioni il Leccio per Fondazione Chiantibanca) si ebbe allorché il nasuto giovinottino incontrò Fernando Giannelli, padre di Emilio, il disegnatore più arguto e amabile dei nostri giorni. Si stava scegliendo il cast per Nerbo legato, che doveva andare in scena nientemeno ai Rozzi il 7 dicembre 1929. La commediola in vernacolo, che intrecciava a suon di equivoci e fraintendimenti vicissitudini amorose e intrighi palieschi, riscosse un successo strepitoso, fu esportata in provincia, partecipò perfino al festival nazionale della prosa di Sanremo. Gigli vi interpretava un ruolo marginale, ma il trampolino di lancio funzionò egregiamente, e da allora incarnò una galleria di personaggi – tra i memorabili Ruggine – destinati a calorosi apprezzamenti. Diventò poi autore egli stesso e, quando nel ’32 ottenne, tramite concorso, un posto di impiegato all’ospedale di san Niccolò – sbrigativamente: il manicomio – non esitò a darsi da fare per innestarvi esperimenti di recitazione. Più tardi Gigli avrebbe confidato che ripensava con amarezza al sadico esercizio che lo induceva a carpire da patologiche manie e sconnesse visioni spunti per una comicità dell’assurdo. Tra i tollerati lazzi del teatro goliardico e le aperture consentite dal pur sorvegliatissimo Guf, Silvio Gigli imboccò una sua strada. E all’Eiar fece i primi passi di protagonista nel composito universo della comunicazione. Vi era approdato grazie ai consensi ottenuti ai Littoriali. Lasciò nel ’40, senza staccarsene mai in realtà, il mondo dell’infanzia e con cinquanta lire in tasca tentò l’avventura. Paolo Cesarini, senese e tartuchino già addentro a gazzette e amico di gazzettieri, lo presentò, a Roma, a Sergio Pugliese e gli si spalancarono le porte di una carriera clamorosa. Le trasmissioni che il funambolico Gigli ideò e condusse hanno fatto la storia del costume, a partire dai bozzetti della serie Il Terziglio, concepita insieme ad un giovanissimo Federico Fellini. Col quale fu accomunato dall’ostinato attaccamento alla “piccola patria”, all’insegna di quei “valori di sana provincialità” – secondo una notazione di Sergio Zavoli – che davano ingenua sicurezza e alimentavano inestinguibili antagonismi. L’Italia dei cento – e molti più – campanili si affrontava con le sue innocue risse. Ognuno alla ricerca di un primato, di un premio, di una consolatoria soddisfazione. Silvio si gloriava sovente di essere entrato nella città dell’Arno  “primo civile con i soldati indiani” e di aver contribuito come direttore a rimettere in piedi Radio Firenze, da dove il 21 settembre 1944 l’atteso cinguettio annunciò non soltanto la ripresa di un’attività interrotta. Già nel dicembre Gigli inventò Botta e risposta, il primo quiz di massa che avvinse gli italiani. E fu dall’esordio – 16 dicembre – un trionfo strepitoso. Forse è la rubrica che resta più legata all’estro di Silvio, calzante a pennello alla sua simpatica saccenteria, alle sue barzellette senza punture sarcastiche, all’affabile cordialità di una serata da trascorrere in famiglia per provarsi ad emulare gli invidiabili concorrenti. La radio esaltò le sue innate qualità. Collocato da  McLuhan tra i mezzi caldi, quelli cioè che non lasciano all’ascoltatore impegnative intromissioni per completare o arricchire, il medium radio si affida all’unica magia della voce. E la voce di Gigli, rauca e affabulante,  affannosa e sempre in presa diretta, comunicava sorprese, immaginosi dettagli, amplificava gli avvenimenti mutandoli in leggendaria epopea.

Chi rammenta o riascolta le radiocronache del Palio di Siena – una novantina forse, non si è mai riusciti a stabilire una cifra esatta, malgrado l’esemplare ricerca di Andrea Mugnai – constaterà quanto labile vi sia il confine tra verisimiglianza e immaginazione. Gigli fu il Carosio della festa. Che per lui fu miniera di aneddoti, di scherzi salaci e saporose beffe e futuristici artifici. Non era ancora venuto l’apparato dei regolamenti superciliosi e delle interminabili controversie paragiudiziarie. Anche il suo effervescente Giringiro che ci accompagnò per i capricciosi tragitti di un divertito  pellegrinaggio nazionale, di tappa in tappa, ebbe il ritmo allegro di un cantabile varietà: niente processi, niente sospetti di doping.

Silvio Gigli è uno di quei personaggi che stupiscono per mirabolante poliedricità. Fu, tra l’altro, un formidabile talent scout: con L’ora del dilettante scoprì, ad esempio, Salvatore Accardo e Corrado; in un popolare programma di “voci nuove” portò alla ribalta talenti della canzone italiana come Gianni Morandi, Loretta Goggi, Domenico Modugno.

Ma alfine bisogna decidersi: se lo strumento per eccellenza della sua narrazione fu la radio, l’impronta del suo stile gli derivò – è doveroso aggiungere – dalla Toscana un po’campagnola e arditamente cittadina, fiera di sé, sentenziosa,  impertinente, pedagogica, burlona. Un autore al quale era molto devoto – cerchia dei senesi esclusa – era Enrico Novelli (Yambo) e basta a individuare una cifra culturale e una diposizione d’animo. È vano vivisezionarlo in ruoli catalogabili. Recitò cento parti fino all’ultimo – morì ai primi dell’ ’88 – esibendo un’ironia non graffiante, evitando ogni conflitto con l’ordine costituito. Quando nella sua Siena si mise alla testa di una lista civica, con oneste intenzioni di indipendenza, non incassò i voti sperati. E più tardi fu scalzato dalle responsabilità conferitegli nell’ambito degli organismi preposti al governo del turismo dall’implacabile lottizzazione democristiana. Non si adirò, perché era incapace di portar rancore. Tra i mille attestati di riconoscenza che ricevé quello cui teneva di più fu il Premio Toscana della Lingua Italiana, decretato dall’Accademia della Crusca nel 1965. Lo sentiva come un molto postumo risarcimento all’affronto subito dall’omonimo Girolamo, del quale i Cruscanti avevano dato alle fiamme nel 1715 in piazza della Signoria il Dizionario cateriniano, ostili a battagliere ed eterodosse rivendicazioni linguistiche. L’ombra della grande storia evocata a nobilitare le mai spente diatribe, di quartiere o di campanile.

 

                

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