Canapino, la Tartuca nel sangue

Sul volto di Canapino erano impresse le tribolazioni e le fatiche di una lunga stagione paliesca. La sua faccia era lo specchio della sua vita, segnata dal duro lavoro e da qualche rimpianto, avara eredità di una carriera costruita su ben 46 Palii corsi e soli tre vinti. E’ stato il fantino più fedele alla Tartuca con i suoi 10 giubbetti seppure il suo esordio fu caratterizzato dal rapporto con la Chiocciola. La sua storia ha inizio nel luglio del 1960. Canapino si allena da Ezio Papi ed è proprio il mangino di San Marco Dante Bruni - padre del nostro Stefano - a chiamarlo per correre il Palio su un cavallo eccezionale, la grande Uberta che dopo quella carriera vinse quattro Palii di fila.
Ma Leonardo ha stoffa, grande tecnica ed incoscienza giovanile così nel 1963, nella Pantera ottiene la fiducia di Ettore Bastiani per montare Topolone (all’epoca Eucalipto) ancora a digiuno di vittorie. Fu il primo trionfo per entrambi. Quattro anni dopo avviene il celebre “scambio” di fantini tra Chiocciola e Tartuca. Canapino, attraverso l’amicizia con Adù e Mauro Bernadoni rompe il rapporto con i dirigenti di San Marco che quasi per dispetto vanno a prendersi Antonio Trinetti detto Canapetta che aveva già corso cinque carriere con il giubbetto giallo e turchino. Leonardo entra nella storia del Palio dalla porta d’ingresso. A pochi anni dall’esordio Canapino infatti ha già conosciuto uomini e cavalli tra i più rappresentativi ed importanti della nostra Festa. Sono gli anni sessanta, il Palio è ancora un gioco ed il fantino è ancora un uomo semplice, senza grandi pretese, che fa del suo mestiere un modo per guadagnare quel poco o tanto per vivere dignitosamente. E Leonardo non ha mai avuto grandi pretese. Non ha mai avuto la furbizia o la scaltrezza del doppio giochista, o l’ambizione sfrenata di essere qualcuno. Lui voleva solo dimostrare di valere e di essere rispettato per quello che era. E’ stato l’ultimo dei fantini semplici e senza malizia di un Palio che ci sembra ingenuo visto con gli occhi di oggi. Una Festa autentica immortalata da quel bellissimo film-affresco di Luciano Emmer. Le grandi star sarebbero arrivate di lì a poco.

Canapino al secondo Palio in Castelvecchio ha la possibilità di montare di nuovo Topolone. Ma cosa avrà pensato quel 2 luglio 1967 quando il suo rivale Canapetta lo lascia al canape (il Palio ci permette di fare anche questi giochi di parole). Lui è al quarto posto, con il bellissimo giubbetto giallo tartuchino e uno zucchino troppo largo. La Lupa, tra le favorite, con Danubio e Canapetta aspetta ad entrare. Vi ricordate la radiocronaca di Silvio Gigli “La Lupa che fa? Perché non entra?”. Topolone scarta improvvisamente e si gira verso il Casato. E la Lupa entra. Quando l’Aquila e tutto il gruppo sono quasi alla Fonte, Leonardo guarda il mossiere stupefatto. Dal verrocchio Vittorio Baini gli fa cenno di andare e lui parte trasformandosi in quello che sarà per sempre il nostro meraviglioso “Pazzo volante”. Al Casato il primo franìo: cadono Bruco, Drago e Onda. Canapetta va in testa seguito da Civetta e Istrice. Canapino spinge al massimo Topolone, lo nerba di brutto. Adesso è quarto. Bazza nella Civetta passa al comando ma Arianna non se la sente di girare al terzo San Martino e così va a dritto, seguita a ruota dall’Istrice. La Lupa si riporta in testa ma per pochi metri perché il bianco Danubio si blocca e fa volare sul tufo Canapetta proprio davanti ai materassi mentre passa Canapino che già urla di gioia a nerbo alzato con lo zucchino sugli occhi, e lo farà fino al bandierino. E’ questa l’immagine più bella ed emozionante del nostro rapporto con Leonardo Viti.
E’ passato solo un anno dall’inzio della lunga storia di amore tra la Tartuca e Canapino, che si concluderà undici anni dopo, ma il seguito sarà solo un susseguirsi di sofferenze e contrasti. Prima della terza ed ultima vittoria raggiunta nel 1971 nella Pantera con Topolone, Leonardo monterà tre volte Sambrina, il cavallo che, in quanto a trionfi e sfortuna, sembra il suo l’alter-ego in campo equino. La loro sventura si racchiude simbolicamente nel rocambolesco Palio del 2 luglio 1968. L’Oca con Aceto e Livietta dopo essere stata prima per un giro allarga a S. Martino e si fa passare da un agguerritissimo gruppo formato da Onda, Istrice, Leocorno, Torre, Chiocciola e Montone con Canapino e Danubio. All’inizio del terzo giro quando il gruppo di testa ha passato il bandierino Aceto ha appena girato al Casato. Il distacco è abissale. Dopo il terzo San Martino succede di tutto. Il Leocorno con Guanto ed Ercole è in testa. La Torre con Bazza e Sambrina allarga e cadendo danneggia anche l’Onda. Cadono anche la Chiocciola e l’Istrice. Ma al Casato Ercole, forse distratto da un cavallo scosso doppiato, si impunta e non gira. Arriva Sambrina scossa e si ferma anche lei. Arriva allora Canapino con Danubio, la vittoria potrebber essere sua ma la ressa al Casato è tale che anche Leonardo va in confusione e non prosegue la corsa. Si ferma, per fortuna anche Fulgida nella Chiocciola. Aceto è l’ultimo ad arrivare ma lui prosegue e va a vincere un Palio incredibile.
Il futuro di Andrea de Gortes e di Canapino è già scritto in questa memorabile carriera. Aceto razionale, calcolatore, scaltro ed anche fortunato. Canapino troppo emotivo, sente il Palio come solo un senese può sentirlo, la sua tensione nervosa spesso ha la meglio sulle qualità tecniche con le quali primeggia su tutti. La sorte, poi, fa il resto. Il 2 luglio 1971 però, il figlio di Enrico Viti, si prende la sua grande rivincita con Mirabella nella Pantera. Con una memorabile manovra, al primo Casato si libera di Drago e Istrice e prende la testa distaccando di tre colonnini gli altri. L’immagine dell’arrivo è di quelle che non si scordano. A nerbo alzato, libero dallo zucchino, con i capelli al vento, il volto è illuminato da un sorriso di gioia dirompente. Sarà, purtroppo, l’ultima volta che lo vedremo sorridere in Piazza. Canapino ha solo 29 anni ma la seppur lunga carriera (l’ultimo Palio sarà quello dello straordinario del 1986 nella Torre con Bizzarro ed infine le prove con la Tartuca nel 1988 e con la Selva nel 1999) che ha ancora davanti gli riserverà più dolori che momenti di gioia. Con il giubbetto di Castelvecchio corre ancora cinque volte con cavalli non certo alla sua altezza come Musella, Tobruk, Quadrivio e Lamadina. Con Quebel nel 1978 tutti noi credevamo ancora nel Pazzo Volante. Pur in un clima particolarmente colmo di tensioni dovuto alla provocazione dello Zedde nella Chiocciola che lo scaraventò a terra durante la prima prova agguantandolo per il collo, noi credevamo ancora nel Pazzo Volante. Ma non avevamo fatto i conti con lo strapotere di Urbino che faceva capolino nell’olimpo del Palio.

Il rapporto viscerale con la nostra Contrada fu come quello di tutti i grandi amanti costellato da slanci, entusiasmi e incomprensioni. Con Adù e Mauro, gli amici di una vita, condivise le scelte attraversando i momenti felici di una esperienza professionale impegnativa e coinvolgente ed accettando con umiltà i rovesci affannosi del destino. Le sue prestazioni paliesche che contrastano visibilmente con la proficua attività di allenatore di cavalli da Piazza, erano determinate in gran parte dal suo troppo sentire la Festa.
Canapino non era solo un fantino del Palio, lui era un uomo di Palio nato a Siena e perciò viveva l’ambiente contradaiolo in maniera totale senza quei distacchi mentali che oggi tutti i fantini si autoimpongono. E’ per questo che non possiamo dire, perché ci sembra ancora impossibile, che la firma di Leonardo possa essere impressa solo su tre carriere. Lui di Palii in realtà ne ha vinti altri 22 perché questo è il numero totale delle vittorie dei cavalli ai quali ha insegnato a vincere il Palio. L’ultima immagine di Canapino nella Tartuca va a quella bellissima serata trascorsa agli Orti del Tolomei nel giugno 2002 per ricordare il trentennale della vittoria del Palio del 1972 e indirettamente anche l’amara sconfitta dell’agosto 1971. Insieme a noi c’erano tutti i protagonisti dell’epoca: Bazza, Canapino ed Aceto. Andò a prenderlo nel suo ranch di Asciano il nostro Barbaresco Riccardo Salvini. Durante il viaggio in auto che lo riportava in Tartuca dopo tanti anni, vedendolo particolarmente teso, Riccardo gli chiese se si sentiva bene. Leonardo con un filo di voce gli rispose subito: “Si, Si, sto bene.. ma mi sento molto emozionato. Mi sembra di andare in Contrada per correre una prova.” Dopo così tanto tempo Leonardo non era cambiato, quel malessere nervoso lo divorava ancora, il Palio e la Tartuca erano ancora dentro di lui. Profondamente, fino all’ultimo.

Giovanni Gigli

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